Crea la tua insalata: Scaling Tales produce newsletter Substack per founder, CEO ed executive.
Ruffini: Moncler da 40 milioni a 3 miliardi
Da 40 milioni a 3 miliardi di euro di fatturato: è la crescita di Moncler secondo Remo Ruffini, che l'ha raccontata nel suo primo podcast, ospite di The BSMT di Gianluca Gazzoli. Ruffini guida il marchio dal 2003; dal 1° aprile 2026 è presidente esecutivo e il CEO è Bartolomeo Rongone.
Ruffini rivendica un margine EBITDA del 39% e rifiuta di inseguire i risultati trimestrali. Ricorda la quotazione del 2013, chiusa a +40% il primo giorno, e il riallineamento di Stone Island, con l'uscita da distributori, franchising e agenti. Prevede che l'AI cambierà totalmente il front end dell'e-commerce. In autunno Moncler aprirà sulla Fifth Avenue di New York il negozio “più importante” della sua storia.
Remo Ruffini — Presidente esecutivo di Moncler — ha dichiarato nel podcast The BSMT di Gianluca Gazzoli:
Io credo domani tutto è AI, che tu vai a dire voglio una giacca blu premium, non premium, ecco ti escono le dieci proposte e da lì scegli e vai a comprare direttamente lì. Dunque credo che il back end rimarrà più o meno quella cosa di oggi, ma il front end cambierà totalmente e non è ancora così, dunque se non inizi a pensarla così sei già in ritardo. […] Io quello che cerco di fare è di seguire una crescita sana perché è molto semplice il nostro lavoro fare una crescita dove non controlli più la marca. Dunque la mia crescita è giusta, è tranquilla, siamo cresciuti moltissimo per l'amore di Dio, però non vado mai a compromessi per un quarter, per un bilancio, per una strategia finanziaria. Cerco sempre di avere una crescita che dia al mio consumatore la possibilità di fidarsi della marca. […] Dunque io dico sempre teniamo la barra dritta, noi non facciamo sconti […]. Comunque è un'azienda che è passata da 40 milioni […] a 3 miliardi. […] Io sono arrivato al 39% di EBITDA, ma non mi sono mai messo come obiettivo di arrivare al 39% di EBITDA. Mi sono messo l'obiettivo di avere un'azienda sana, bella, con un prodotto eccezionale.
Elkann: quattro CEO in due anni, poi Marchionne
Quattro CEO cambiati in due anni, dal 2002 al 2004: così John Elkann, CEO di Exor e presidente di Stellantis e Ferrari, ricorda al Made IT Podcast la crisi della Fiat. All'epoca aveva 28 anni. La famiglia decise di cambiare ancora e chiamò Sergio Marchionne. Allora la Fiat non era neppure tra i primi 10 costruttori mondiali; oggi, dice Elkann, è tra i primi quattro.
Elkann parla anche di Vento, il programma di venture building e fondo lanciato da Exor per sostenere i founder italiani: quasi 200 aziende create e oltre 3.000 posti di lavoro. Il prossimo appuntamento è Wave by Vento, a Torino dal 7 al 9 ottobre. Il 2 ottobre Elkann ha debuttato su LinkedIn.
John Elkann — CEO di Exor — ha dichiarato in un'intervista al Made IT Podcast:
Noi siamo riusciti a invertire questo destino perché ci fu da parte della mia famiglia una forte volontà a continuare, a dare anche una grande fiducia a una persona che in quell'epoca lì era estremamente giovane perché io avevo 28 anni e delle persone con cui lavoravamo che ci credevano, persone che avevano lavorato con mio prozio e con mio nonno e il coraggio è stato quello anche di cambiare perché quando le cose non vanno bene bisogna anche poter cambiare e noi abbiamo deciso allora di cambiare l'amministratore delegato chiedendo a Sergio Marchionne di venire in Fiat. Tieni conto che dal 2002 al 2004 avevamo cambiato quattro amministratori delegati. […] La Fiat non era neanche nei top 10 dei costruttori automobilistici del mondo […] siamo oggi nei primi quattro costruttori mondiali. […] Tutto questo è proprio per dare la possibilità a chi ha voglia di intraprendere di poterlo fare: è una fortissima convinzione che in Italia e gli italiani hanno tutte le capacità per fare delle cose straordinarie. […] Siamo quasi a 200 aziende create, siamo a più di 3000 posti di lavoro creati e questo ha un impatto molto reale.
Dattoli: raccogliere capitali è fare un debito
Un investitore si aspetta di riavere fino a 20 volte quanto ha versato, una banca chiede in media un interesse del 3, 5 o 7%: per questo, secondo Davide Dattoli, founder di Talent Garden, raccogliere capitali è “fare un debito”. Lo ha spiegato in un'intervista su YouTube.
In Italia, aggiunge, vendere un'azienda tra 5 e 10 milioni di euro è facile, a 30-40 milioni non lo è, a 200-300 milioni diventa complicatissimo.
Talent Garden ha aperto oltre 22 campus e oggi ne ha attivi circa 15; il coworking vale meno del 30% del fatturato, il resto è education e consulting. Italian Founders Fund, il veicolo che riunisce oltre 100 founder, ha raccolto quasi 100 milioni di euro.
Davide Dattoli — Founder di Talent Garden — ha dichiarato in un'intervista su YouTube:
Soprattutto con le AI oggi, puoi fare aziende bootstrapped. Fare un'azienda bootstrapped è la cosa più figa del mondo. Non è bello raccogliere. Io dico sempre raccogliere è fare un debito. Non è un debito bancario, è un debito con delle persone che vale ancora di più perché la banca di media vuole un 3, 5, 7% di interesse e una persona vuole 3, 5, 7, 20 volte quello che ti ha dato. Quindi è un debito molto più alto. Morale, non legale, ma comunque è un debito. Quindi in realtà dovresti cercare di raccogliere il meno possibile. […] Se oggi vuoi fare un exit a 30-40 milioni di euro, già in Italia non è facile. Se la vuoi fare da 2-300 milioni è complicatissimo, da 2-3 billion devi andare fuori e sperare. […] Non è figo raccogliere, è figo fare fatturato. […] Devi cercare di diventare profitable il prima possibile soprattutto nel mercato di oggi, anche perché diventa molto più facile, hai bisogno di molte meno persone. […] Oggi non hai più bisogno di così tante persone, hai bisogno di meno ma ancora più brave.
È tutto, la redazione dell’Insalata di CEO




